
“Sono stato un uomo fortunato nella vita: nulla mi è stato facile.”
— Sigmund Freud
Ci sono frasi che sembrano contraddirsi. Quella di Freud è una di queste. Come può definirsi fortunato chi ha incontrato ostacoli, delusioni, sofferenze e difficoltà? Eppure, osservando la vita di molte persone che hanno lasciato un segno nella storia, emerge un paradosso sorprendente: le esistenze che ammiriamo di più raramente sono state le più semplici. Non perché la sofferenza sia una benedizione. Non perché il dolore sia necessario. Ma perché spesso è proprio nelle fratture della vita che scopriamo risorse che non sapevamo di possedere.
Pensiamo a Michael Jordan.
Da ragazzo fu escluso dalla squadra di basket della sua scuola. Un episodio che avrebbe potuto convincerlo di non essere abbastanza bravo. Invece divenne uno dei più grandi atleti della storia.
Pensiamo a Nelson Mandela.
Ventisette anni di carcere. Ventisette anni durante i quali avrebbe potuto lasciare che il rancore definisse la sua esistenza. Ne uscì trasformando quella sofferenza in una straordinaria lezione di riconciliazione e dignità.
Pensiamo a Vincent van Gogh.
Povertà, solitudine, sofferenza psicologica. In vita vide riconosciuto pochissimo del proprio talento. Oggi le sue opere continuano a parlare al mondo.
Pensiamo a J. K. Rowling.
Madre single, disoccupata, in difficoltà economiche. Prima di trovare un editore ricevette numerosi rifiuti. Quei rifiuti non raccontavano il suo valore. Raccontavano soltanto una parte della sua storia.
Pensiamo a Stephen Hawking.
A ventuno anni ricevette una diagnosi che sembrava destinata a ridurre drasticamente la sua aspettativa di vita. Eppure riuscì a diventare uno degli scienziati più influenti del nostro tempo.
Pensiamo a Vinny Pazienza.
Un incidente automobilistico gli spezza il collo. Molti ritenevano impossibile un ritorno alla boxe. Tornò sul ring. Tornò a vincere.
Pensiamo ad Alex Zanardi.
La perdita delle gambe avrebbe potuto rappresentare la fine della sua storia sportiva. Invece divenne l’inizio di una nuova vita. Una vita capace di insegnare che il coraggio non consiste nel non avere paura, ma nel continuare a vivere nonostante la paura.
Pensiamo a Frida Kahlo.
Un gravissimo incidente segnò il suo corpo per sempre. Dolore cronico. Interventi chirurgici. Limitazioni fisiche. Eppure riuscì a trasformare quella sofferenza in arte, bellezza e testimonianza umana.
Infine, pensiamo a Viktor Frankl.
Sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, dedicò la propria vita a comprendere una delle domande più profonde dell’esistenza: “come fanno alcune persone a non spezzarsi completamente davanti alla sofferenza“?
Da Psicologa e Psicoterapeuta, ogni volta che incontro queste biografie sento il bisogno di fare una precisazione importante. Sarebbe un errore pensare che queste persone siano diventate grandi grazie alla sofferenza. La sofferenza non rende automaticamente più forti. Il trauma non è un dono. La perdita non è una fortuna. Molte persone vengono ferite profondamente dalle difficoltà della vita. Altre, invece, riescono a sviluppare nuove risorse, nuove prospettive e nuove modalità di stare al mondo. La differenza non sta nella quantità di dolore attraversato. Sta nel significato che si riesce a costruire attorno a quell’esperienza.
Negli ultimi decenni la psicologia ha iniziato a studiare un fenomeno affascinante chiamato Post-Traumatic Growth. Gli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, a metà anni Novanta, hanno osservato che alcune persone, dopo eventi estremamente difficili, riportano cambiamenti positivi profondi. Non diventano migliori perché hanno sofferto. Diventano diverse perché hanno dovuto riorganizzare il proprio modo di guardare sé stesse, gli altri e il mondo.
Spesso riferiscono:
La crescita non nasce dalla sofferenza. Nasce dal lavoro che facciamo per attraversarla.
Viktor Frankl comprese qualcosa che ancora oggi continua a essere confermato dalla ricerca psicologica. Gli esseri umani non sono definiti soltanto da ciò che accade loro. Sono profondamente influenzati dal significato che attribuiscono a ciò che accade. Gli eventi non parlano da soli. Siamo noi a interpretarli. A raccontarli. A inserirli nella trama della nostra storia. La stessa esperienza può diventare una condanna o una trasformazione. Non perché cambino i fatti. Ma perché cambia il significato che attribuiamo a quei fatti.
Da una prospettiva costruttivista, ciò che conta non è solo l’evento, ma il significato che la persona costruisce attorno all’evento. La stessa esperienza può diventare: “sono finito” oppure “questa parte di me è cambiata, ma non coincide con tutta la mia identità”.
La ferita può diventare una prigione narrativa quando diventa l’unico modo attraverso cui la persona si racconta. Può invece diventare una soglia quando viene integrata dentro una storia più ampia. Non sono solo ciò che mi è accaduto. Sono anche ciò che ho fatto, pensato, scelto, costruito dopo ciò che mi è accaduto.
La Scuola di Palo Alto ci ha insegnato che spesso non è solo il problema iniziale a mantenere la sofferenza, ma le soluzioni tentate che vengono ripetute nel tempo.
Se dopo una ferita cerco di evitare ogni rischio, ogni emozione, ogni relazione, ogni possibilità di esposizione, posso proteggermi dal dolore immediato, ma finire per restringere progressivamente la mia vita. La soluzione tentata diventa il problema. Il cambiamento, allora, non consiste nel cancellare la cicatrice. Consiste nel cambiare il rapporto con essa. Non più: “questa ferita dimostra che sono rotto”. Ma: “questa ferita racconta qualcosa che ho attraversato, non tutto ciò che sono”.
Forse è proprio Michael Jordan a lasciarci una delle riflessioni più profonde.
“Ho sbagliato più di 9.000 tiri nella mia carriera. Ho perso quasi 300 partite. Per 26 volte mi è stato affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che ho avuto successo.”
Osservando le storie di Jordan, Mandela, Van Gogh, Rowling, Hawking, Zanardi, Kahlo, Frankl o Pazienza emerge una verità sorprendentemente semplice: nessuno di loro è stato definito dal momento più difficile della propria vita, hanno avuto la capacità di non identificarsi completamente con le proprie ferite. Le loro ferite sono esistite. Le sconfitte anche. Le perdite pure. Ma nessuna di queste esperienze è diventata l’ultima parola della loro storia.
Da psicologa penso che questo sia il messaggio più importante. Non abbiamo il controllo su tutto ciò che accade. Non possiamo evitare il dolore, le perdite o gli imprevisti. Possiamo però scegliere il significato che attribuiremo a quelle esperienze. Possiamo decidere se una cicatrice rappresenterà soltanto il ricordo di ciò che ci ha ferito o anche la testimonianza di ciò che siamo riusciti ad attraversare.
La crescita non nasce dall’assenza di ostacoli, ma dalla possibilità di scoprire risorse che non sapevamo di possedere finché la vita non ci ha chiesto di usarle.
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