
Paziente:
Ci penso da mesi.
Terapeuta:
A cosa?
Paziente:
A quel progetto. A quel cambiamento. A quella decisione che continuo a rimandare.
Terapeuta:
E cosa ti ferma?
Paziente:
La paura di sbagliare.
Terapeuta:
Cosa succederebbe se sbagliassi?
Paziente:
Vorrebbe dire che non ero abbastanza bravo.
Terapeuta:
Davvero? Oppure vorrebbe dire che hai provato qualcosa di difficile?
Paziente:
Non lo so. Quando fallisco mi sembra sempre una prova del mio valore.
Terapeuta:
Quindi il problema non è il fallimento.
Paziente:
In che senso?
Terapeuta:
Sei sicuro che la tua paura riguardi l’errore? O riguarda quello che pensi che l’errore dica di te?
(silenzio)
Paziente:
Forse temo di sentirmi un fallimento.
Terapeuta:
E allora facciamo un piccolo esperimento.
Immagina due strade.
Nella prima decidi di non provarci.
Nella seconda ci provi.
Quale delle due ti garantisce il fallimento?
Paziente:
Quella in cui non faccio niente.
Terapeuta:
Esatto.
Se non provi, il risultato è già deciso.
Hai già perso.
Paziente:
Mentre se provo…
Terapeuta:
Se provi puoi vincere.
Puoi perdere.
Puoi imparare.
Puoi correggere.
Puoi cambiare strada.
Ma la partita è ancora aperta.
Paziente:
Quindi il rischio più grande non è fallire?
Terapeuta:
Forse il rischio più grande è passare la vita ad aspettare di sentirsi abbastanza pronti per vivere.
Paziente:
E se non fossi all’altezza?
Terapeuta:
Nessuno lo sa prima di iniziare.
È questo il punto.
Le persone non scoprono chi sono evitando le sfide.
Lo scoprono attraversandole.
Paziente:
Quindi dovrei buttarmi?
Terapeuta:
No.
Dovresti smettere di chiederti come fare a non fallire.
E iniziare a chiederti:
“Che prezzo sto pagando per non provarci?”
(silenzio)
Paziente:
Forse molto più di quanto pensassi.
Terapeuta:
Ecco perché, a volte, il contrario del fallimento non è il successo.
È il coraggio di entrare in gioco.
Per gran parte del Novecento la sofferenza psicologica è stata interpretata prevalentemente attraverso la categoria del senso di colpa. Le persone soffrivano perché ritenevano di aver infranto una regola, deluso un dovere o tradito un valore. La domanda implicita era: “Che cosa ho fatto di sbagliato?”
Oggi, pur senza che la colpa sia scomparsa, sembra essersi affermata una forma differente di sofferenza psicologica. Sempre più frequentemente la domanda diventa:
“Sarò abbastanza?”
Il problema non è più soltanto aver commesso un errore, ma la paura che quell’errore riveli una presunta insufficienza personale. In altre parole, non si teme più semplicemente di fallire. Si teme ciò che il fallimento potrebbe dire di noi.
Il sociologo e psichiatra francese Alain Ehrenberg ha osservato come la depressione contemporanea si differenzi profondamente dalle forme di sofferenza tipiche delle società disciplinari*.
Un tempo le persone soffrivano perché si sentivano divise tra ciò che volevano e ciò che era loro permesso fare. Oggi soffrono più spesso perché, pur sentendosi teoricamente libere di scegliere tutto, hanno la sensazione di non riuscire a essere all’altezza di ciò che la vita, la società o loro stesse si aspettano. Si passa da: “Vorrei farlo, ma non posso.” a: “Potrei farlo, ma sarò davvero capace?” L’individuo non si sente più oppresso da ciò che non può fare. Si sente schiacciato da ciò che dovrebbe riuscire a diventare.
Una riflessione analoga è proposta dal filosofo Byung-Chul Han. Nella sua analisi della società della prestazione, Han sostiene che siamo passati da una società fondata sul “non puoi” a una società dominata dal “puoi tutto”. Apparentemente sembra una liberazione. In realtà produce una nuova forma di pressione psicologica. Se tutto è possibile, ogni limite viene interpretato come un fallimento personale.
Il problema non è più qualcuno che ci dice “non puoi”. Il problema è quella voce interna che continua a ripeterci: “potresti fare di più, dovresti essere di più”.
L’effetto paradossale è una crescente vulnerabilità a burnout, ansia, depressione e senso di inadeguatezza.
I social network, la cultura della performance e una certa deriva del pensiero motivazionale hanno contribuito a diffondere una convinzione implicita: “Se vuoi davvero, puoi.”
Si tratta di un messaggio apparentemente positivo ma potenzialmente pericoloso. Perché se il successo dipende esclusivamente dall’impegno personale, allora il fallimento non può che essere attribuito a una carenza individuale.
Vengono così trascurati fattori fondamentali:
L’insuccesso smette di essere una possibilità fisiologica dell’esistenza, diventa una colpa e il fallimento una prova del nostro scarso valore.
La letteratura scientifica suggerisce che alcune forme di perfezionismo siano aumentate significativamente nelle giovani generazioni occidentali, in particolare tra gli studenti universitari, parallelamente alla crescita delle pressioni sociali e delle aspettative legate alla prestazione.
Curran e Hill (2019), in una delle più importanti meta-analisi sul tema pubblicata su Psychological Bulletin, hanno evidenziato un incremento significativo dei livelli di perfezionismo nelle giovani generazioni occidentali. Secondo gli autori, la crescente competitività sociale, l’individualismo e la pressione al successo contribuiscono alla costruzione di standard sempre più elevati e difficili da raggiungere.
Il perfezionismo non coincide con il desiderio di fare bene. È piuttosto la convinzione che il proprio valore personale dipenda dalla capacità di soddisfare standard estremamente elevati. Quando questo accade, l’errore non viene vissuto come parte del processo di apprendimento. Diventa una minaccia.
Gli studi di Jennifer Crocker sulle Contingencies of Self-Worth hanno mostrato come molte persone costruiscano la propria autostima su basi esterne e condizionate.
Infatti, il problema nasce quando smettiamo di chiederci “Come sto?” e iniziamo a chiederci “Quanto valgo?”. In questo modo l’autostima diventa fragile e dipendente dalle circostanze: basta un fallimento per mettere in discussione non ciò che abbiamo fatto, ma chi siamo.
Quando il valore personale dipende da questi fattori, il fallimento assume una portata molto più ampia. Non si pensa: “Ho fallito.” Si arriva a pensare: “Sono un fallimento.” Ed è proprio questo passaggio a rappresentare uno dei nuclei psicologici più rilevanti del disagio contemporaneo.
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la paura del fallimento raramente produce maggiore impegno. Molto più spesso genera immobilità.
Non perché manchi la motivazione. Ma perché l’azione è diventata troppo rischiosa. Se il fallimento equivale alla perdita di valore personale, allora ogni tentativo diventa una minaccia.
Nasce così la regola implicita che governa molte vite contemporanee: “O vinco o non gioco”. Se l’unica alternativa accettabile è riuscire, allora diventa più sicuro non tentare affatto.
Le ricerche di Sirois e Pychyl hanno evidenziato come la procrastinazione rappresenti spesso una strategia di regolazione emotiva. Rimandare non serve semplicemente a evitare un compito. Serve a evitare le emozioni associate a quel compito:
Nel breve termine questa strategia riduce il disagio. Nel lungo termine lo amplifica. Ogni rinvio conferma implicitamente che quella situazione fosse realmente pericolosa. Il circolo vizioso si autoalimenta.
Da una prospettiva costruttivista il fallimento non è una realtà oggettiva. È una costruzione di significato. Gli eventi non possiedono un significato intrinseco. Sono le persone ad attribuirlo. Lo stesso insuccesso può essere vissuto come prova di incapacità oppure come occasione di apprendimento. Ciò che cambia non è l’evento. È la narrazione costruita attorno all’evento. In questa prospettiva il problema non è il fallimento. È il significato che attribuiamo al fallimento.
Paul Watzlawick, John Weakland e Richard Fisch hanno mostrato come molti problemi psicologici vengano mantenuti dai tentativi di soluzione messi in atto dalle persone. La soluzione tentata diventa il problema. La paura del fallimento rappresenta un esempio quasi perfetto di questo meccanismo.
Per evitare di fallire la persona:
Ma proprio queste strategie finiscono per produrre immobilità, rinuncia e perdita di fiducia. Più si cerca di evitare il fallimento. Più si smette di vivere.
Forse il vero problema del nostro secolo non è il fallimento. È la progressiva perdita di dignità dell’errore. Viviamo in una cultura che celebra il risultato e nasconde il processo. Celebriamo il successo. Nascondiamo i tentativi. Ammiriamo il traguardo. Dimentichiamo le cadute. Eppure ogni apprendimento umano nasce dall’imperfezione. Nessuno impara a camminare senza cadere. Nessuno costruisce una competenza senza sbagliare. Nessuno cresce senza attraversare l’incertezza. La salute psicologica non consiste nell’eliminare il fallimento. Consiste nel non confondere il proprio valore con i propri risultati.
La paura del fallimento rappresenta una delle grandi questioni psicologiche della contemporaneità. Non perché oggi si fallisca più di ieri. Ma perché il fallimento è diventato una minaccia identitaria. La sfida non consiste nell’eliminare l’errore. Consiste nel modificare la relazione che abbiamo costruito con esso. Forse la vera libertà non nasce quando smettiamo di sbagliare. Nasce quando smettiamo di credere che il nostro valore dipenda dal successo.
È semplicemente una delle modalità attraverso cui gli esseri umani imparano a vivere.
Conroy, D. E. (2001). Progress in the Development of a Multidimensional Measure of Fear of Failure. Anxiety, Stress & Coping, 14(4), 431–452.
Crocker, J., & Wolfe, C. T. (2001). Contingencies of Self-Worth. Psychological Review, 108(3), 593–623.
Crocker, J., & Park, L. E. (2004). The Costly Pursuit of Self-Esteem. Psychological Bulletin, 130(3), 392–414.
Curran, T., & Hill, A. P. (2019). Perfectionism Is Increasing Over Time: A Meta-Analysis of Birth Cohort Differences From 1989 to 2016. Psychological Bulletin, 145(4), 410–429.
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Foucault M.( 1975) Sorvegliare e punire. Nascita della prigione – Einaudi tascabili.
Sirois, F. M., & Pychyl, T. A. (2013). Procrastination and the Priority of Short-Term Mood Regulation. European Psychologist, 18(2), 115–127.
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American Psychological Association – Perfectionism among young people significantly increased
Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (CNOP) – Salute mentale e giovani
Consiglio Nazionale Giovani – Protocollo con CNOP sulla salute mentale giovanile
